Il saccheggio delle falde acquifere italiane e lo sfruttamento di Coca-cola

Condivido anche qui, oltre che su Pachamama e poi, perchè credo sia importante informare le persone su ciò che accada.
Altraeconomia smaschera uno dei più calomorosi episodi di saccheggio delle falde acquifere italiane ad opera delle multinazionali (Coca-cola in questo caso). Ad esempio a Nogara, in provincia di Verona, dove Coca-cola ha il suo principale stabilimento italiano, la multinazionale preleva ben 1,25 miliardi di litri di acqua di falda, pagandola 45 volte di meno dei normali cittadini della zona. Rispetto al canone irrisorio che pagano, i loro profitti sono altissimi (1,1 miliardi di euro nel caso di Coca-cola!).

ITALIANI SVEGLIATEVI!

Le salse di soia

Nata in Cina circa 3.000 anni fa, l’originale salsa di soia ha poco a che vedere con il contenuto dell’onnipresente bottiglietta, diffusa ormai in tutto il mondo: la versione tradizionale di questo buonissimo liquido scuro è infatti sempre più difficile da trovare, al contrario della sua versione industriale e scadente, NON fermentata ma in compenso ricca di conservanti, addittivi e coloranti.

Secondo la tradizione, la salsa di soia è fatta con tre ingredienti (semi di soia, sale e acqua, a volte il grano) lasciati fermentare per almeno sei mesi con muffe particolari (in genere l’ Aspergillus Oryzae). Il processo comincia con la selezione dei semi di soia non modificati geneticamente che vengono lavati e cotti prima di aggiungere eventualmente la farina di grano e di riso per consentire la maturazione della muffa. In seguito si aggiunge il sale e si lascia fermentare il composto in un recipiente di terracotta gigante coperto da un coperchio di bambù a forma di cono. Il prodotto di maggiore qualità richiede due anni per raggiungere la giusta maturità.

Purtroppo, ad oggi la maggioranza della salsa di soia che si trova in commercio è fatta in pochi giorni usando soia idrolizzata: i semi di soia sono bolliti in acido idroclorico per 15-20 ore per produrre un amminoacido che viene mescolato al carbonato di sodio e filtrato prima di aggiungere il colorante caramello (E150), lo sciroppo di mais e il sale, per cercare di riprodurre la salsa tradizionale.

Ovviamente, la salsa di soia tradizionale è più costosa di quella industriale e, data anche la sua difficile reperibilità, potrebbe non essere semplice mettere le mani su una bottiglia di salsa prodotta da un artigiano. In compenso ci sono dei marchi noti che utilizzano un processo di fermentazione naturale e di cui è possibile trovare una discreta scelta nei negozi specializzati.

Acquistare prodotti di qualità è una regola importante anche per il benessere della propria salute, quindi cercate di evitare le salse di soia vendute al supermercato e leggete bene le etichette. Assicuratevi che ci siano pochi ingredienti e buoni: se la salsa di soia che avete tra le mani contiene addittivi, conservanti, coloranti e codici che non conoscete, o se non vi sono le diciture “fermentata tradizionalmente/naturalmente” e “senza OGM” (o “biologico”… naturalmente certificato) risparmiate i soldi per qualcos’altro.

Tipi di salse di soia

Cinesi:

  • Salsa di soia chiara. fatta con la prima spremitura dei semi di soia, è ottima come intingolo o come condimento per le verdure e per piatti già cucinati. Possiede colorazione meno marcata, è più salata e saporita.
  • Salsa di soia scura. La versione più scura è più densa e dolce, dato che invecchia per un periodo più lungo e contiene della melassa, quindi viene solitamente impiegata per cucinare, in particolare in abbinamento alla carne.

Indonesiane:

In Indonesia la salsa di soia è nota col nome di kecap, che indica genericamente le salse fermentate, e si divide in:

  • Asin: simile alla salsa chiara cinese con la differenza che è più densa ed ha un gusto più intenso.
  • Manis: di consistenza sciropposa con aroma simile alla melassa per l’aggiunta di zucchero di palma.

Giapponesi:

Chiariamo subito una cosa: il termine shoyu (sho = «fermentato» e yu = «olio» o «liquido pesante») in giapponese indica genericamente le salse di soia. La differenziazione che gli autori di molti siti tendono a fare tra tamari e shoyu è scorretta perché il tamari altro non è che un tipo shoyu. Inoltre, i celiaci tengano presente che spesso per le salse di soia giapponesi si utilizza anche il grano, che è ciò le rende leggermente più dolci rispetto alle salse cinesi. Quindi controllate sempre l’etichetta. I tipi di shoyu sono:

  • Koikuchi. È la più popolare e si è diffusa in tutto il Giappone a partire della regione del Kantō. Contiene quantità approssimativamente eguali di soia e grano.
  • Saishikomi. Prodotto ottenuto dalla doppia fermentazione del koikuchi, è molto scuro e dall’aroma intenso.
  • Usukuchi. rispetto alla koikuchi è più salata e presenta una colorazione meno intensa legata all’uso dell’amazake, liquido dolce ottenuto dalla fermentazione del riso.
  • Tamari. Prodotto diffuso in particolare nella regione di Chūbu e ottenuto dal liquido che fuoriesce durante la fermentazione dell’Hatcho Miso. Secondo la leggenda, il primo Tamari nacque nel dodicesimo secolo grazie al monaco buddhista Kakushin che iniziò ad utilizzare come condimento il liquido che si formava in fondo ai fusti di fermentazione del miso. Il tamari in passato veniva fatto invecchiare anche una decina d’anni, ad oggi un buon prodotto deve avere almeno 3 anni. È l’unica salsa di soia giapponese a non contenere glutine. Bisogna comunque prestare attenzione alle etichette poiché fuori dal Giappone spesso anche le altre salse vengono vendute come tamari.
  • Shiro. Presenta una colorazione leggera perchè è prodotta con il grano, ed una piccola parte di soia.

La salsa di soia tradizionale in Cina: Qian Wan Long

Apprendiamo dal sito di Slow Food che nella fabbrica Qian Wan Long, in Cina, si produce ancora la vera salsa di soia con metodi tradizionali. Sfortunatamente essa è una delle ultime salse di soia ancora prodotte artigianalmente e fermentate in modo naturale. La fabbrica, che a causa della concorrenza dei grandi produttori non ha avuto vita facile per molto tempo, produce circa 100.000 bottiglie l’anno, sia di salsa chiara sia scura. Nel 2008 il processo di produzione della salsa di soia Qian Wan Long è stato dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale della Cina e così oggi il loro prodotto è ricercato e hanno potuto aprire un ristorante di piatti realizzati con la tradizionale salsa di soia di Shangai.

La salsa di soia tradizionale in Giappone

La maggior parte della produzione giapponese di salsa di soia è concentrata nella regione del Chubu. Alcuni produttori giapponesi hanno tenacemente resistito alla modernizzazione, mantenendo intatta la lavorazione tradizionale, che fa di shoyu e tamari due condimenti eccezionali dalle svariate proprietà nutritive.

Proprietà delle salsa di soia

Le salse di soia contengono numerosi fermenti che aiutano la digestione e la flora batterica intestinale, vitamine e sali minerali (il sodio è presente in grande quantità, ma troviamo anche buone dosi di ferro, manganese e rame). Sono povere di grassi (nel tamari raggiungano al massimo lo 0,1%) ma forniscono un buon apporto di proteine vegetali. Inoltre, hanno un potere antiossidante dieci volte superiore a quello del vino.

Pane nero di segale

Il pane di segale, o pane nero, è un prodotto tipico del nord Europa, dove viene consumato al posto del pane bianco.
Prodotto con la farina di segale, risulta più ricco d’acqua e fibre e ha un contenuto calorico molto basso (circa 60 Kcal in meno del pane tradizionale ogni 100 grammi di prodotto). Inoltre, secondo uno studio di alcuni ricercatori dell’università di Helsinki pubblicato nella rivista Nutrition, Metabolism and Cardiovascular Disease, il consumo regolare del pane di segale, ricco in steroli vegetali, aiuterebbe a ridurre la percentuale di colesterolo nel sangue.

Anche nella cucina italiana esistono alcune varianti del pane nero, nate come pane dei poveri:

  • il pane nero della Val Psteria e il Vinschger Paarl si ottengono mescolando farina di segale e grano. Per Vinschger Paarl, il panino è ottenuto unendo due pani rotondi e piatti.
  • il Schüttelbrot, la schiacciata tradizionale della val d’Isarco.L’impasto a tre quarti della lievitazione viene battuto e appiattito utilizzando un’assicella di legno rotonda.
  • la Brazzadéla una la ciambella fatta essiccare al sole infilzandola su pioli di legno.
  • il pane nero a ciambella con aggiunta di anice.

Io vi propongo una ricetta semplice semplice con cui partecipo anche all’iniziativa del blog La cucina della capra, 100% Vegetal Monday che consiste nel proporre ogni lunedì una ricetta vegana (cioè 100% vegetale), dolce o salata 🙂
Partecipo perchè spero che chi capiterà a leggere le pagine del mio blog capisca che non è necessario ingozzarsi di carne dalla mattina alla sera e che si possono cucinare un sacco di cose sfiziose anche senza usare necessariamente prodotti animali e di origine animale.
Detto questo, io, anche se prediligo un’alimentazione di tipo macrobiotico-vegetariano, non sono nè vegetariana, nè vegana, nè macrobiotica. Sono per un’alimentazione sana, naturale ed etica, che segua le stagionalità e i ritmi della Terra e rispetti la vita (per questo coltivo un orto con mia mamma e mi auto-produco moltissime cose). Evito qui di scendere in discorsi filosofici per spiegare il mio punto di vista: non è il luogo adatto e non è mia intenzione scatenare polemiche.
Vi basti sapere che credo che il problema non sia il consumo di carne in sè, ma la misura eccessiva con cui le persone la consumano ed il modo orribile in cui vengono allevati gli animali negli allevamenti intensivi industriali. Quest’ultimo è anche uno dei motivi che mi ha spinto a rivedere il mio stile alimentare, eliminando quasi totalmente la carne dalla mia alimentazione. Latte e uova li mangio solo se sono di casa mia o provenienti da allevamenti estensivi biologici o biodinamici (in genere in questo caso li compro direttamente dall’azienda o dal contadino), mentre il pesce lo mangio solo se pescato.
In questa logica industriale gli animali, e anche le piante, vengono completamente snaturati e presentati come “prodotto”, al punto che la maggior parte delle persone sembra dimenticare che invece sono esseri viventi degni di rispetto, e si permette di essere schizzinosa, pretendendo di mangiare solo “parti nobili” (così la produzione deve aumentare…).

Ingredienti:
500 g di farina di segale integrale biologica (io ho usato quella di Terre di Ecor)
25 g di lievito di birra (oppure 100 g di pasta madre che farete sciogliere nell’acqua)
10 g di sale
500 g d’acqua tiepida (potrebbe non servire tutta, dipende dalla farina e dal grado di umidità)

In una tazzina sciogliete il lievito in un po’d’acqua. Mettete la farina in una ciotola grande, unite il lievito sciolta e aggiungete l’acqua un poco per volta, mescolando con un cucchiaio di legno. Aggiungete il sale e ancora acqua, fino ad ottenere un impasto simile all’impasto degli gnocchi. Trasferite l’impasto sulla spianatoia e lavoratelo brevemente aiutandovi con un po’ di farina di segale.  Infarinate o ungete uno stampo da plumcake e inseritevi l’impasto, dandogli la forma voluta. Coprire con un canovaccio e lasciar lievitare per 5-6 ore. Preriscaldate il forno alla massima potenza e infornate. Cuocete per 10 minuti e poi abbassate a 180° e cuocete per circa altri 40 minuti (controllate sempre con uno stecchino se il pane è cotto).

Nota sul sale. Se volete potete metterne un po’ di più ma non superate i 15 g o verrà troppo salato.
Nota sulla forma. In alternativa, potete mettere l’impasto in una ciotola infarinata leggermente o unta con un filo d’olio e.v.o., coprire con con un canovaccio pulito e far lievitare per circa 4-5 ore. A quel punto l’impasto potrà essere trasferito in una teglia coperta con della carta da forno, gli verrà fatto un taglio a croce e sarà lasciato a lievitare per ancora un paio d’ore. In questo modo il pane avrà una forma più bassa ed allargata.

Risotto alle fragole

Sta sera per cena ho fatto il risotto alle fragole. Una vera delizia! La prima volta che ho assaggiato questo piatto è stato al ristorante vegetariano “I Canarini“, e me ne sono innamorata. Se devo essere onesta, comunque, tutto ciò che ho mangiato lì era buonissimo, non solo il riso! E poi usano tutti ingrediente di stagione 🙂 . Quindi, se avete modo di andare almeno una volta, andate.

Ingredienti per 4 persone
300 g di riso (ma qui poi regolatevi voi)
300 g di fragole bio
1/4 di bicchiere di vino bianco
2 cucchiai di olio e.v.o. bio
brodo vegetale q.b.
sale e pepe
grana grattugiato per mantecare q.b.
Per guarnire: mezza fragola fresca e riduzione di aceto balsamico senza coloranti aggiunti (nella foto non c’è perchè mi sono ricordata dopo di metterlo…)

Preparate il brodo vegetale mettendo a bollire sedano, carota e zucchine. Mondate le fragole e tagliatele a pezzetti grossolani, poi versatele in una ciotola in cui le farete macerare con il vino per una decina di minuti. Trascorso il tempo di macerazione, potete iniziare a preparare il risotto. Mettete l’olio in una pentola e fate tostare il riso.
Togliete le fragole dal vino e versatelo nel riso per sfumare, poi procedete come un normale risotto, aggiungendo per gradi il brodo al riso.
Nel frattempo, frullate metà delle fragole con il mixer a immersione e, a metà cottura, aggiungete il frullato di fragole al riso. Io ho aggiunto anche le rimanenti fragole tagliate sempre a metà cottura, ma vi consiglio di aspettare almeno i 2/3 (poi vedete voi, io la prossima volta farò così perchè vorrei che si sentissero di più). Salate e pepate.
Ultimate la cottura aggiungendo ancora brodo quanto basta (io di solito lo lascio abbastanza asciutto perchè il risotto all’onda non mi piace…questione di gusti 🙂 !) A cottura ultimata, spegnete il fuoco e mantecate con il grana grattugiato.
Servite guarnendo con mezza fragola tagliata e un filo di riduzione di aceto balsamico.

risotto

Sciroppo al sambuco

Questo è il periodo di fioritura del sambuco, pianta originaria dell’Europa e del Caucaso ad oggi diffusa in tutte le zone a clima temperato. Qui dove abito io lo si trova praticamente ovunque, ma dovrebbe essere diffuso in tutte le regioni d’Italia.
I fiori del sambuco, come quelli dell’acacia, sono commestibili e molto versatili. Sono buonissimi in particolare nelle frittelle e nei dolci. Da provare!
Vanno raccolti quando sono ben aperti e non cadono se vengono scossi; naturalmente si deve andare a cercarli lontano dalle strade.

La settimana scorsa, complici le belle giornate, sono andata a fare una scampagnata lungo il Piave con il mio ragazzo ed un mio caro amico (grazie ad entrambi 🙂 ) per raccogliere i fiori del sambuco. Ho riempito un sacchetto solo, ma è stato un gran bel bottino: ho potuto fare sia le frittelle, sia un delizioso sciroppo.

Oggi vi darò la ricetta dello sciroppo. Con le dosi indicate qui si ottiene all’incirca 1 litro e 700 ml di succo.

Ingredienti:
15 fiori
1 l acqua
1 kg di zucchero (io purtroppo avevo solo quello bianco, ma è sempre meglio usare quello di canna integrale…se non lo avete fatto, leggete il mio articolo sullo zucchero)
3 limoni biologici
1 bicchiere di aceto di mele biologico (circa 200-250 ml)

In una pentola capiente fate bollire l’acqua per alcuni minuti e poi spegnete il fuoco. Lasciate intiepidire e aggiungete l’aceto di mele e lo zucchero mescolando finchè lo zuccherò si sarà sciolto completamente. Aspettate che sia raffreddato del tutto e aggiungete i fiori di sambuco puliti (basta sciacquarli) ed i limoni tagliati a pezzetti. Lasciate macerare per un giorno e mezzo, mescolando di tanto in tanto, e facendo attenzione che non fermenti (se inizia la fermentazione lo potete buttare). Trascorso il tempo di macerazione strizzate il tutto per bene e filtrate. Cuocete per qualche minuto il succo e imbottigliatelo ancora caldo in bottiglie che avrete precedentemente lavato e sterilizzato. Lasciate raffreddare a testa in giù per creare il sottovuoto.

Io ho ottenuto due bottiglie da 750 ml, più dell’altro che ho messo in una caraffa. Le conservo entrambe in frigo, sia quella ancora chiusa e sottovuoto, che l’altra, aperta (e quasi vuota XD).

Nota sull’aceto. Non abbiate timore perchè non si sente minimamente. Tutti lo hanno bevuto, e tutti sono d’accordo. Se non vi fidate potete comunque sostituirlo con dell’acido citrico.
Nota sullo sciroppo. E’ abbastanza dolce. C’è chi lo ama puro e chi no, per questo vi consiglio di assaggiarne un po’ e in caso di berlo diluito con l’acqua, come fanno molte persone.

Comunque, questo è il risultato (ho girato la bottiglia perchè non sono riuscita a levare l’etichetta originale u.u) :

P1140740